La mia poesia finalista del Premio Giovane Holden

È successo di nuovo.

Un’altra mia poesia è stata scelta come finalista del premio Giovane Holden 2022.

La mia poesia è stata pubblicata, insieme alle altre poesie a i racconti finalisti, nell’antologia “I giovani di Holden – Vol. 8”, ancora acquistabile su Amazon a questo link: https://amzn.to/41Yb2Ku

Ed ecco la poesia che è arrivata in finale:

Putrido catrame

Il dolore si spreme
dalle membra irate
e putrido catrame
s'è fatto il sangue.
Era fluido e rosso:
diventò acido, intaccò
le mura rigide dei nervi
e, col tempo, ristagnò,
al punto che,
denso, fatìca
a trascinarsi da un arto
all'altro, divenendo
sostanza melensa, condensata
dal cuore intorpidito.

Stalattiti di ghiaccio
pungono le vene,
trafiggono la carne e
fulminano i neuroni che,
fuor di sé, com'impazziti
esplodono. In un botto
che fa vibrar
labbra e mani.

In una rabbia
che non vuol
veder un domani.

In un'angoscia
ch'irrigidisce l'animo,
il corpo, il cuore.


Putrido catrame
s'è fatto il sangue:
scorre lento, flemme;
lo sento strisciare
nei centimetri del mio corpo.
Vuole uscire:
Ossigenarsi, fluire.
Sciogliersi.

L'unico modo
per farlo
è piangere:
non potendo,
ghiaccia.

Butterò il sale nella vasca da bagno – Poesia e illustrazione (Carousel)

La mia poesia finalista del premio Nazionale bukowski 2021

È da quando ho 11 anni che scrivo poesie e le nascondo in un cassetto, senza mostrarle a nessuno.

Ho sempre scritto poesie in modo spontaneo, come se la mia mente ne avesse bisogno per comprendere le cose della vita, e per questo le ho sempre tenute private, quasi facessero parte di un diario segreto.

Ma questa volta, all’alba del mio trentesimo anno d’età e con all’attivo oltre cento poesie salvate in un mare di poesiole scritte dappertutto e poi dimenticate, ho finalmente deciso di aprire quest’aspetto di me al mondo, provando a misurarmi in un concorso di poesia nazionale.

Ho scelto il Premio Nazionale Bukowski perché essendo piuttosto noto in tutt’Italia, sapevo che in caso di esito negativo avrei potuto consolarmi con l’altissimo numero di poesie con cui mi sarei dovuta confrontare.

Non potete capire la mia sorpresa quando ho saputo di essere una dei finalisti del concorso, su quasi 300 partecipanti provenienti da ogni parte d’Italia.

Ho quindi, per la prima volta in vita mia, visto pubblicare una mia poesia, insieme alle altre finaliste, nell’antologia del Premio Bukowski dell’VIII edizione, antologia edita da Giovane Holden editore e che potete trovare a questo link.

La cosa che più mi ha stupita è quale delle tre poesie inviate fosse stata scelta dalla giuria: Beffe del Fato. Una poesia che ho scritto a 17 anni, quando ho iniziato a soffrire di un problema di salute (che per fortuna si sarebbe poi rivelato non grave) e la mia mente adolescente ce l’aveva a morte con gli eventi (ingiustizie) non controllabili dall’uomo.

Una poesia che inizialmente non volevo inviare, perché la consideravo troppo astratta e in qualche modo “difficile”, ma che alla fine ho deciso di spedire perché mostrava tre stili piuttosto diversi di scrittura che ho affrontato negli anni.

Le altre poesie che affiancavano questa erano “Corazza secolare”, in cui trovo nello stesso problema di salute il punto di svolta della mia maturazione, e “Sulla Psicologia”, poesia dal taglio ironico che parla di come continui a pagare l’Ordine degli Psicologi senza ormai esercitare più la professione da anni, giusto per poterne sfoggiare l’etichetta.
Ho illustrato entrambe queste poesie, potete trovarle sulla mia pagina Instagram (@annalisa.viola_art).

Ed ecco la poesia finalista:

Beffe del Fato

E Fato attanaglia
le viscere interne.
Rimescola gli organi
picassianamente, ridendo
beffarde, sadiche risa
che sfregian l'orgoglio
prima d'ogni altra cosa.

Il corpo ripiegato
su se stesso, in preghiera,
capovolge le cervella
e ne fa una poltiglia.
Immemori son esse
della forza che si dàvan;
percepiscon nient'altro
che gli assordanti
rumori interiori,
provocati dai fatali moti
che nauseano l'animo.

Ripiegato similmente
è Fato. Non ch'egli
stia male a specchio
d'umana essenza, anzi.
Ancor'egli ride,
si rotola, deride
le aspettative terrene
che, fragorosamente
cadendo, provocano
un irriverente baccano,
che imbarazza i rumoristi
ignari, volubili, spiazzati
dalle risa inconsulte
sputate sulla loro faccia.

E l'uomo lotta, si ferisce,
piange.             E Fato ride.

La notte cade in pezzi – poesia e illustrazione

La notte cade in pezzi

La notte cade
in pezzi,
ovunque si spargono
frammenti di buio.
Schegge di vuoto
circondano l'angoscia
pungolando fantasmi
e incitandoli a uscire.

Involucro di carne,
tu che contieni
spiriti avversi,
trattienli in te
affinché, nell'atto
di scappare, essi
non distruggan
la tua persona, che sovente
grida di dolore, ad ogni
rischio. Non finir - ti prego -
in pezzi
come questa notte.

Avete presente quando la solitudine mira al vostro fianco scoperto colpendovi con i ricordi di un brutto passato? Ecco, a me succede soprattutto di notte, quando sto per andare a dormire, ma non riesco. Magari sto tranquillamente leggendo un libro. Ma la testa evade, rompe il suo schema e “pungola i fantasmi” del passato sopiti, i ricordi dolorosi, e li incita ad uscire.

In questa poesia ho voluto descrivere questa sensazione nel momento esatto in cui la si prova: quando l’attenzione si astrae (rompendo la tranquillità della notte, che quindi “cade in pezzi”) e quando, allo stesso tempo, il corpo (“l’involucro di carne”) oggettivo cerca di trattenere invano i brutti ricordi, lottando per “non finire in pezzi” come quello che lo circonda. Cerca di trattenerlo perché questa esperienza non è nuova, ma ricorrente.

Nel disegno (china nera su carta) ho voluto rappresentarlo in modo molto semplice, ironico, con il “solito” fantasma del passato che “di nuovo” coglie di sorpresa la vittima, mentre era sola e concentrata su altro.

Il guscio

  • Il guscio - Poesia e disegno
  • Il guscio - Poesia e disegno
  • Il guscio - Poesia e disegno

Il guscio

Mi comporto
Come se fossi in guscio
Invisibile costretta
Nessuno lo vede
Nemmen'io, ma lo sento
È duro duro e non mi posso
Muovere davvero.

È pure capitato
Che con inciampo goffo
Una mano scivolasse
Al di là della barriera
Senza alcuna frizione
Ma come scottata
Ritratta la mano lascio
Che riprenda rapida
Il suo ovvio torpore.

Hai il genio, ti dici,
Hai il genio inespresso
Ma in realtà non sai nemmeno
In cosa potresti avere successo.


Il guscio ch'era feto sarà la tua bara

Nessuno si è accorto
Ma tu sei già morta

Talvolta ho quest’orribile sensazione di sentirmi “bloccata”: penso abbia una radice profonda, forse risalente addirittura all’infanzia. È una sorta di vocina interiore che mi sussurra “non sei capace, non sei abbastanza”, nonostante la parte oggettiva di me sappia che per essere bravi in qualcosa bisogna allenarsi a lungo e con costanza.

Quindi provo delle sensazioni contrastanti nello stesso momento: da un lato vorrei produrre qualcosa di creativo, non so bene cosa, ho tante idee sparse senza un ordine preciso; dall’altro mi sento come congelata, mentre la mente è in subbuglio il corpo non si muove, rimane bloccato nell’indecisione e nella paura di starmi in qualche modo sopravvalutando.

È un guscio che mi blocca e che, allo stesso tempo, mi protegge: come il feto primordiale, o come la bara postuma.

Qualcuno lo chiamerebbe “blocco creativo”, secondo me si tratta di qualcosa di più profondo e radicato dentro di me. O meglio, qualcosa che sta per “mettere radici”: solitamente è ciò che provo poco prima di sentire crescere, dentro al mio stomaco, la creatività.

L’ennesima distrazione

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L’ennesima distrazione

Ondeggiando sui doveri quotidiani
il cielo d’improvviso
s’è fatto terra:

Il sangue alla testa
preme forte
e ‘l corpo leggero si libra in volo.

Lo sguardo si perde nel vano
mentre al suolo si sente un ciarlare d’ottone

« Eccola ancora, » dicevano,
« persa nell’ennesima distrazione ».

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La creatività è un “fiorire urgente”

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Fiorire urgente

Sento urgenza di scrivere
non lo so di che cosa, ma la mente
malamente riposa, se ora non trascrivo nulla.

Ormai sono allenata a percepire
il germe, il seme che penetra le viscere
e affonda le radici nel ventre.
E di giorno in giorno io lo sento crescere,
sbocciare, fiorire. Senza che si possa
fare niente. Uno spesso gambo
agganciato allo stomaco si eleva su in gola
e la lingua sente un prurito perenne.

Ignorarlo è un reato, è come
strapparsi un fiore dalla bocca
e lasciarlo morire.

È urgente: scrivere!
Di nulla, ma potar serve
a lasciar rifiorire.

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