Nanni Moretti: ritratto ad acquerello

Sempre per studiare la tecnica dell’acquerello di cui sono novizia, ho voluto ritrarre il mio regista ed attore italiano preferito in assoluto: Nanni Moretti.

I film di Nanni Moretti sono per me una specie di rituale, almeno una volta l’anno devo vedermeli di nuovo, e ogni volta mi intrattiene e mi sconvolge come la prima visione.

Questo ritratto vuole aggiungersi al continuum di ritratti di comici in un momento triste, apatico, sconfitto.

Nanni Moretti nei suoi film giovanili rappresentava infatti proprio la sua generazione, che si è ritrovata svuotata di un obiettivo e della forza di agire. L’alter ego di Nanni, Michele, ha molti tratti sia di questa generazione che dell’attore/regista stesso, e nel ritratto ho voluto cogliere questa doppia esposizione del personaggio, sebbene non padroneggi ancora agilmente l’acquerello spero che questo messaggio passi anche solo dall’espressione e dalle tonalità scelte.

Jim Carrey – Ritratto a matita

Ho sempre amato la comicità di Jim Carrey.
Quel suo modo estremamente fisico di esprimersi, la sua mimica esagerata, il suo tono di voce oscillante.

Vederlo nei panni di ruoli comici come i memorabili The Mask, Ace Ventura, o anche ascoltando le sue imitazioni e i monologhi di stand up, permette allo spettatore di ridere del suo personaggio “buffo”, infantile, clownesco e, allo stesso tempo, immergersi nella recitazione grazie ad un fare musicale che ha nell’esprimersi, quasi stessimo osservando una danza.

In tutti i film comici o commedie in cui ha recitato Jim Carrey, il personaggio che interpreta sembra ritagliato appositamente sulla sua particolare comicità. Anche la sua imitazione di Andy Kaufman nel celeberrimo “Man on the Moon” lo vede in perfetta sintonia con questo personaggio, da cui verrà condizionato in modo, a suo dire, “psicotico”.

Ma una delle rappresentazioni che amo di più di questo attore si trova nel film “Eternal sunshine of a spotless mind”, arrivato in Italia come “Se mi lasci ti cancello” (titolo creato alla stregua delle commedie dell’epoca, nonostante questa sia tutt’altro che una commedia: possiamo persino considerarlo un film d’essai). La cosa che più mi ha colpito di questa interpretazione è “l’espressiva inespressività” del personaggio Joel, impersonato appunto da Jim Carrey.

Quando ho trovato questa foto di “Joel”, ho pensato di ritrarla. Un po’ per non perdere la mano, un po’ perché mi ha colpito proprio questo sguardo triste, vuoto, “depresso”, che emerge proprio in quell’attore che si è abituati a vedere in veste irriverente.

Il contrasto, tra quello che conosci di un volto e della sua “identità” e quello che invece può esprimere, è davvero incredibile. Proprio Jim Carrey, in un intervista a Venezia, ha descritto così questa sensazione:

 “We spend our life running around looking for anchors. ‘Oh, I’m Italian, that’s who I am.’ The fact is you don’t exist. You’re nothing but ideas. We take all those ideas and cobble them together and make sort of a personality charm bracelet, an ID bracelet we wear in life. But that’s not who we are, because we’re nothing. And it’s such a f—— relief.”

L’identità non è altro che un braccialetto identificativo che indossiamo ogni giorno. E, aggiungerei, è anche un bracciale che ci viene affibbiato quasi contro la nostra volontà, come lo “sciocco Gengè” di Uno, Nessuno, Centomila di Pirandello insegna.

Jim Carrey, lo “Scemo più scemo” amato da grandi e piccini per la sua comicità “di gomma”, riesce a descrivere la depressione con uno sguardo. E quello sguardo dentro lo spettatore suscita non solo la tristezza che lui vuole descrivere, ma anche la contraddizione tra ciò che si ha archiviato in memoria.

Penso sia una sorta di destino intrinseco in tutti coloro che fanno comicità, professionalmente o nella vita di tutti i giorni: quando vogliono esprimere sentimenti di tristezza, il “pubblico” vede sul loro volto soltanto una maschera di Pierrot.

Cochi e Renato nella Milano anni ’60

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Nella mostra “Milano anni ’60” di Palazzo Morando, mi ha colpita questa fotografia di due giovanissimi Cochi e Renato, quasi irriconoscibili, che si esibiscono nell’Osteria dell’Oca, centro di ritrovo per artisti di tutti i tipi, dai pittori come Piero Manzoni e Lucio Fontana, scrittori come Bianciardi e Dario Fo, ad interpreti come Enzo Jannacci.

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