In questo secondo – di cinque articoli sull’argomento mi concentro sulla ramificazione dei saperi scientifici, che da uno spesso tronco fondante è andata via via parcellizzandosi, fino a diventare una trama talmente fitta e complessa da aver perso completamente la sua visione d’insieme.
In un mondo iper-digitalizzato, dove per ottenere qualsiasi obiettivo è sufficiente attraversare dei semplici – e asettici – passaggi presenti su un sito o una app, gli utenti mostrano un più solido bisogno di confronto umano, di quell’empatia necessaria ad andare incontro alle loro necessità.
Quando si parla di successo, oggi si pensa subito ad alcuni imprenditori. È la retorica del Nuovo Millennio, figlia della Silicon Valley, dell’uomo che partendo da un garage ha creato un impero che lo ha portato al successo. Ma tale retorica non riguarda soltanto gli Steve Jobs e i Mark Zuckerberg che siamo abituati a conoscere.
Mentre l’istruzione è, a parer mio, pronta per la disruption1, ovvero per un ripensamento radicale che la scuota dalle fondamenta per portarla al passo con i giorni nostri, ci sono rami del mondo della formazione che sono ancora ben lungi dal mostrare un’apertura di questo tipo. Uno tra tutti è il mondo scientifico.
Abbiamo davvero bisogno dell’aiuto di un’azienda per tornare a stupirci delle grandiose imprese scientifiche? Ecco una mia riflessione.
L’Italia sa mantenere il passo con gli altri Stati in termini di innovazione tecnologica? Un ente pubblico, capitanato dall’ex International Head di Amazon Diego Piecentini, cerca di digitalizzare tutta la nostra burocrazia.
Quali saranno i buoni propositi che le nuove tecnologie puntano a soddisfare nell’anno nuovo?
Gli Smart Objects potrebbero travalicare la soglia delle Smart Cities ed entrare finalmente nelle nostre Smart Home. E la scienza potrebbe utilizzare i nostri dati più intimi per fare preziose ricerche, come postula la neuroscienziata Vivienne Ming su Nature. Ma con tutti quei dati sarà sempre possibile poter combinare i dati quantitativi a quelli qualitativi? Ecco la mia riflessione.
Portandosi due dita alla fronte, era in grado di teletrasportarsi in qualsiasi luogo volesse. Il teletrasporto a cui ci ha abituati Goku, tuttavia, non è ancora replicabile nella realtà. Oggi al massimo riusciamo a teletrasportare virus e batteri. Ecco un recente studio al riguardo.
Nonostante sia una delle skill più richieste, da psicologa, non posso fare a meno di specificare che in realtà il multitasking “puro” non esiste: è meglio parlare di Task Switching, cioè della capacità di spostare velocemente la propria attenzione da un compito all’altro in maniera efficace.