Mi comporto Come se fossi in guscio Invisibile costretta Nessuno lo vede Nemmen'io, ma lo sento È duro duro e non mi posso Muovere davvero. È pure capitato Che con inciampo goffo Una mano scivolasse Al di là della barriera Senza alcuna frizione Ma come scottata Ritratta la mano lascio Che riprenda rapida Il suo ovvio torpore. Hai il genio, ti dici, Hai il genio inespresso Ma in realtà non sai nemmeno In cosa potresti avere successo. Il guscio ch'era feto sarà la tua bara Nessuno si è accorto Ma tu sei già morta
Talvolta ho quest’orribile sensazione di sentirmi “bloccata”: penso abbia una radice profonda, forse risalente addirittura all’infanzia. È una sorta di vocina interiore che mi sussurra “non sei capace, non sei abbastanza”, nonostante la parte oggettiva di me sappia che per essere bravi in qualcosa bisogna allenarsi a lungo e con costanza.
Quindi provo delle sensazioni contrastanti nello stesso momento: da un lato vorrei produrre qualcosa di creativo, non so bene cosa, ho tante idee sparse senza un ordine preciso; dall’altro mi sento come congelata, mentre la mente è in subbuglio il corpo non si muove, rimane bloccato nell’indecisione e nella paura di starmi in qualche modo sopravvalutando.
È un guscio che mi blocca e che, allo stesso tempo, mi protegge: come il feto primordiale, o come la bara postuma.
Qualcuno lo chiamerebbe “blocco creativo”, secondo me si tratta di qualcosa di più profondo e radicato dentro di me. O meglio, qualcosa che sta per “mettere radici”: solitamente è ciò che provo poco prima di sentire crescere, dentro al mio stomaco, la creatività.